Letteratura & Arte


UN CENOTAFIO PER MATILDE DI CANOSSA A LUCCA

per " i vincoli indissolubili che uniscono la Chiesa e l'Italia"

 

 

A Lucca esistono tre luoghi consacrati a ruolo di "famedio": il loggiato del Palazzo Pretorio, la Galleria del Cimitero Urbano e il Battistero di San Giovanni, che ospitano monumenti, lapidi e memorie delle glorie locali.

Annesso alla Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, l'impianto quadrangolare del Battistero è sovrastato da un'imponente cupola tardo trecentesca. Il complesso religioso venne soppresso durante il principato napoleonico e adibito a magazzino per i documenti dell'Archivio di Stato. Nel 1834, con il trasferimento dalla Chiesa di Sant'Agostino del monumento seicentesco del comandante imperiale Giulio Diodati, inizia il recupero dell'edificio per trasformarlo in uno spazio destinato a pantheon cittadino. Così, dopo i restauri architettonici degli anni Quaranta, le pareti del Battistero e quelle del transetto della chiesa furono occupate dalle epigrafi celebrative dedicate ai "prodi lucchesi" caduti nel 1848 e nel 1859 (altri due esemplari sono conservati nel Cimitero Urbano) e dai cenotafi dedicati al grecista Cesare Lucchesini, alla poetessa e ballerina Teresa Bandettini, arcade con il nome di "Amarilli Etrusca", al medico Paolo Volpi, al tenente colonnello Giuseppe Giovannetti e, per mano di Augusto Passaglia, al pittore Michele Ridolfi e al vescovo Giulio Arrigoni. Un altro autorevole scultore lucchese ha firmato due monumenti, collocati nella chiesa: sono di Vincenzo Consani il sarcofago con la figura giacente del nonno materno - il pittore Giovanni Farina - e il cenotafio alla "magna comitissa" Matilde di Canossa.

Come nipote riconoscente, per essere stato stradato nel mondo dell'arte, Vincenzo realizzò a trenta anni, nel 1848-49, la tomba per il Farina ispirandosi al monumento civitalesco di Pietro da Noceto, conservato nella vicina cattedrale. Il progetto prevedeva anche un dossale marmoreo goticheggiante, con specchiature in pietra rossa e archetti trilobati, sovrastato da una lunetta con la Madonna e il Bambino tra i SS. Giovanni Battista e Vincenzo Ferrer, eponimi del defunto e dello scultore, e da un Dio Padre benedicente al centro della cuspide. La struttura plastico-architettonica, una volta realizzata, venne montata per fare da quinta al sarcofago del nonno; ma fu lo stesso Vincenzo a dare ordine di rimuoverla, perché da lui ritenuta troppo imponente per corredare la tomba di un artista la cui fama era alquanto modesta. Così, nel 1872, quando la Commissione Conservatrice di Belle Arti decise di erigere un cenotafio per la contessa Matilde di Canossa, al Consani fu richiesto di ripristinare il dossale marmoreo.

Il sepolcro, di cui il Museo Nazionale di Villa Guinigi possiede un calco in gesso (scheda Soprintendenza BPSAE di Lucca, n. OAI090052207), venne esposto, prima, a Firenze, presso l'Accademia di Belle Arti, e, successivamente, nel 1873, all'Esposizione Universale di Vienna, riscuotendo apprezzamenti favorevoli, anche se alcuni contemporanei, come Adriano Cecioni e P. D'Ambra, pur riconoscendo al Consani la "perfetta fattura" delle sculture, non hanno espresso un altrettanto giudizio positivo sulla creatività delle composizioni. Lo scultore non si ispirò alla tomba che Gian Lorenzo Bernini realizzò intorno alla metà del Seicento, quando i resti di Matilde furono trasferiti dall'Abbazia di San Benedetto in Polirone, vicino a Mantova, alla Basilica di San Pietro a Roma: qui, sotto a una imponente arcata, si erge la figura stante della marchesa con gli attributi regali e papali. Il Consani, invece, ricorse ancora una volta a un modello locale: la quercesca Ilaria del Carretto. Il dossale "riciclato" incornicia la cassa funeraria sostenuta da un alto basamento: la lastra frontale reca un cartiglio con iscrizione sorretto da due putti genuflessi. La figura distesa indossa una tunica e un ampio mantello ornato da una bordatura decorata con gemme; una corona circolare cinge la testa, il volto presenta i tratti di una donna di età matura (Matilde morì quasi settantenne).

Il ritratto è stato per il Consani uno dei suoi generi preferiti fin dall'inizio della carriera quando, grazie ai Borbone, ottenne una borsa di studio per accedere all'Accademia di Belle Arti a Firenze, dove seguì le lezioni di Luigi Pampaloni. Con la famiglia regnante a Lucca, lo scultore continuò ad avere stretti rapporti: suoi i quattro rilievi celebrativi previsti per il basamento della statua di Maria Luisa in Piazza Napoleone (oggi le lastre sono visibili presso il Museo Nazionale di Palazzo Mansi); suo il monumento funebre a Carlo III nella cappella di Villa Borbone presso Viareggio. Con l'Unità di Italia, trovò consensi anche da parte di Vittorio Emanuele II tanto che il re gli acquistò un'Amazzone. E' in chiave risorgimentale che va interpretata una delle opere più importanti degli anni Sessanta: su committenza del Comune di Lucca, Consani eseguì la statua della Vittoria, oggi conservata nella Sala di Giove a Palazzo Pitti, intesa come figura allegorica della liberazione della Lombardia dagli Austriaci nel 1859. La giovane figura femminile, seduta nuda su una roccia, è intenta a scrivere le imprese vittoriose su uno scudo, come la Nike della Colonna Traiana a Roma che, con lo stesso gesto, segna il passaggio dalla prima alla seconda campagna militare dell'esercito romano contro i Daci. E' in quest'ottica celebrativa del genio italico contro la forza barbarica straniera che va letta anche la statua di Matilde di Canossa. L'Italia risorgimentale era ritornata ad assegnare alla contessa il ruolo di paladina del neoguelfismo, simbolo di una Chiesa liberatrice e nazionale contro l'invasore tedesco. Protagonista dell'umiliazione che l'imperatore germanico Enrico IV subì, nel 1077, a Canossa davanti al papa Gregorio VII, Matilde, per le sue doti politiche, militari e diplomatiche, ha conosciuto, nel corso dei secoli, una fama che ha raggiunto il suo apice proprio nell'Ottocento, quando il suo mito è stato celebrato da poeti e scrittori (Heinrich Heine, Niccolò Tommaseo, Giosue Carducci e Giovanni Pascoli), da pittori (Adeodato Malatesta, Giulio Cesare Arrivabene e Pietro Aldi), ed è stato rievocato anche in sede politica: nel 1872, proprio nello stesso anno in cui Consani eseguì l'opera per Lucca, il noto cancelliere Otto von Bismarck, a seguito di una crisi diplomatica tra la Santa Sede e il governo del Reich, pronunciò la frase "Noi non andremo a Canossa!". Forse una coincidenza, ma una città clericale come Lucca trovò una giusta risposta a quelle parole decidendo di erigere un monumento proprio a Matilde, marchesa della Tuscia e poi Regina d'Italia, protettrice del vescovo cittadino Anselmo da Baggio, poi papa col nome di Alessandro II. Nel 1935, nell'Anno XIII dell'Era Fascista, come si legge nell'iscrizione incisa sulla lastra frontale della cassa, venne di nuovo esaltato "il nome della pia e gloriosa donna di Canossa a perpetuo ammonimento ai nemici della patria a illustre conferma dei vincoli indissolubili che uniscono la Chiesa e l'Italia", sanciti nei Patti Lateranensi firmati appena sei anni prima.

Anche Vincenzo Consani salirà agli onori delle glorie cittadine: il 4 luglio 1887, il feretro, giunto da Firenze, dove lo scultore era spento il 29 giugno, fu tumulato nel famedio del Cimitero Urbano (arcata nord XI, tomba n. 11; l'epigrafe è dispersa ma è riportata da Ridolfi 1874, p. 174); nel 1897, al collega Urbano Lucchesi toccherà realizzare un busto per essere collocato nel famedio del loggiato del Palazzo Pretorio, luogo dove tuttora si trova.

 

Claudio Casini